Un anno fa, dopo dieci anni di lavoro sulla rivoluzione egiziana, usciva “Canto la piazza elettrica”. L’emozione di tenerne in mano la prima copia è stata perfino più forte che con i miei libri precedenti. Per essere riuscita a creare un testo di giornalismo narrativo costruito come un canto (Giuseppe Genna lo ha definito un... Continue reading →
The post Un anno dopo first appeared on Alaska.
Alaa Abd El Fattah, che sconta da tre anni una condanna a cinque per aver pubblicato un post su Facebook in cui denunciava la tortura subita da un altro detenuto in una cella vicina, è in sciopero della fame da 74 giorni. Due settimane fa ha ottenuto un trasferimento in un nuovo carcere dove ha... Continue reading →
The post Digiuno per Alaa first appeared on Alaska.
Spero di trovarvi un pochino più riposati dopo questa breve pausa pasquale, che dovrebbe sempre rappresentare un passaggio. Io ho cercato di celebrarlo voltando pagina dopo un periodo di lavoro molto impegnativo, ma soprattutto come assenza dagli osceni accapigliamenti social sulla guerra – che è già abbastanza orrenda di per sé. Mi ha fatto bene rimettermi... Continue reading →
The post Rivedere Perugia first appeared on Alaska.
Dieci giorni di guerra senza opinioni sui social ”Aveva scoperto di non avere un’anima che fosse solo sua. Aveva scoperto di avere solo un pezzetto di un’anima immensa. E aveva capito che non va bene andare a vivere nel deserto, perché lì il nostro pezzo d’anima non serve tranne quando sta con il resto, ed... Continue reading →
The post L’anima intera first appeared on Alaska.
Letture tratte da Canto la piazza elettrica di Marina Petrillo, poema-reportage su piazza Tahrir al Cairo e la storia delle piazze occupate. Sesta puntata, perdersi e vedere Tahrir dall’alto.
The post Leggo la piazza elettrica #6: Tahrir dall’alto (per Laura e Gianluca) first appeared on Alaska.
Letture tratte da Canto la piazza elettrica di Marina Petrillo, poema-reportage su piazza Tahrir al Cairo e la storia delle piazze occupate. Quinta puntata, la Euromaidan di Kiev.
The post Leggo la piazza elettrica #5: la Euromaidan di Kiev first appeared on Alaska.
Letture tratte da Canto la piazza elettrica di Marina Petrillo, poema-reportage su piazza Tahrir al Cairo e la storia delle piazze occupate. Quarta puntata, i libri ovunque nella piazza occupata.
The post Leggo la piazza elettrica #4 – Tahrir è un libro first appeared on Alaska.
Letture tratte da Canto la piazza elettrica di Marina Petrillo, poema-reportage su piazza Tahrir al Cairo e la storia delle piazze occupate. Terza puntata, sentirsi a casa.
The post Leggo la piazza elettrica #3: a casa, nel Sud universale first appeared on Alaska.
Letture tratte da Canto la piazza elettrica di Marina Petrillo, poema-reportage su piazza Tahrir al Cairo e la storia delle piazze occupate. Seconda puntata, dal sit-in davanti al Parlamento, novembre 2011.
The post Leggo la piazza elettrica #2: i canti al sit-in di Maglis El Shaab first appeared on Alaska.
Letture tratte da Canto la piazza elettrica di Marina Petrillo, poema-reportage su piazza Tahrir al Cairo e la storia delle piazze occupate. Prima puntata, la scena di apertura del libro, la battaglia sul ponte dei leoni al Cairo il 28 gennaio 2011.
The post Leggo la piazza elettrica #1: la battaglia del Qasr el Nil first appeared on Alaska.
La mia amica e collega Eleonora Camilli è una delle tantissime persone che stanno condividendo sui social il loro suggerimento di lettura su Canto la piazza elettrica, e questa è una delle cose più emozionanti che stanno capitando in queste settimane – e aiuta davvero a far conoscere il libro. Il lavoro dello scrittore indipendente ha una particolarità... Continue reading →
The post Il libro elettrico in ebook e alla radio first appeared on Alaska.
Grazie a tutti! La notizia abbastanza stupefacente è che in tre settimane abbiamo già coperto tutte le spese di produzione di “Canto la piazza elettrica”, e non sarebbe stato possibile senza il vostro entusiasmo. I pacchettini per i miei sostenitori su Patreon che li aspettavano sono tutti partiti, e ora comincia una nuova fase, in cui sarà importante che... Continue reading →
The post Grazie davvero, e tanti auguri first appeared on Alaska.
Aggiornato!
Grazie a chi ha già acquistato una copia di “Canto la piazza elettrica!
Adesso lo trovate nella versione cartacea, che più amo, su tutte queste librerie online:
lo trovate su YouCanPrint (meglio) qui https://bit.ly/PiazzaYouCanPrint
lo trovate su Amazon PRIME qui https://amzn.to/3lat9Js
lo trovate su Mondadori Store qui https://bit.ly/PiazzaMondadori
lo trovate su IBS qui https://bit.ly/PiazzaIBS
lo trovate su laFeltrinelli qui https://bit.ly/PiazzaFeltrinelli
Potete anche chiedere alla vostra libreria fisica di ordinarlo dal catalogo You Can Print (distributore FastBook, per qualunque difficoltà dite loro di scrivere a bookstore@youcanprint.it)
La cosa più bella che potete fare è regalarlo per Natale, dunque ordinatelo per tempo. (perché in mezzo c’è anche il ponte dell’Immacolata).
Le ricompense per i Patron verranno spedite i primi di dicembre.
Le vostre recensioni e condivisioni sui social saranno fondamentali!
Per presentazioni a Milano (ma anche in remoto in tutti gli altri posti) potete scrivermi a marina@alaskahub.org
The post Dove puoi trovare “Canto la piazza elettrica” first appeared on Alaska.
Il mio nuovo libro è qui, finalmente!
Si chiama Canto la piazza elettrica ed esce il 24 novembre, nel decennale degli scontri di Mohamed Mahmoud al Cairo e della mia prima volta in piazza Tahrir.
Racconta una piazza occupata, una mappa parlante, una rivoluzione che ha interrogato chiunque la attraversasse. Un progetto di giustizia sociale e di riconquista dello spazio pubblico, un’idea di città nella città che ha contagiato il mondo intero, da Madrid a New York, da Istanbul a Hong Kong. Dai primi racconti dei giovani egiziani su Twitter nel 2011 ai miei reportage sul campo, la piazza come laboratorio di comunità, avanguardia digitale e grande storia d’amore. Una linea temporale che si svolge e riavvolge, un libro che si fa e si disfa per dieci anni, mentre la speranza di cambiamento viene soffocata dal nuovo dittatore. La piazza perduta, narrata in questa orazione civile con un coro di voci e i frammenti del memoir, non smette di emanare la sua luce, ricordandoci quel che sarebbe potuto accadere o che un giorno accadrà.
Racconta una piazza che ha lottato perché gli esclusi e i perseguitati potessero abitare lo spazio pubblico e farlo vivere in un tentativo democratico di critica radicale del sistema in cui viviamo. Una piazza così visionaria da intravedere già dieci anni fa le necessità del discorso intersezionale. Una piazza egiziana che poi si è moltiplicata attraverso geografie, culture, religioni, sistemi sociali, in un contagio digitale di esperienze fisiche, forse il più rapido e fondamentale passaparola dei nostri tempi. Quando sembrava impossibile, qualcuno l’ha creata, e per questo ha pagato un prezzo altissimo.
Il libro è anche il frutto del mio lavoro di questi anni sull’ibrido fra memoir, giornalismo e poesia, e l’ho sempre immaginato letto ad alta voce. È prima di tutto un tentativo di fissare nel tempo le voci straordinarie che quella piazza l’hanno pronunciata e creata, e il lavoro che facemmo per onorarle. Spero che si legga come un romanzo, e che aiuti a capire il quadro egiziano di oggi.
L’ho raramente vissuto come un lavoro solo mio. Appartiene anche alle persone con cui ho condiviso quell’esperienza e che come me ne sono state trasformate per sempre, e alle decine di persone che su Patreon mi hanno offerto il loro sostegno concreto negli anni in cui diversamente non mi sarei potuta permettere il tempo per scrivere, imprimendo al libro uno spirito collettivo, un’idea di arte pubblica.
Quest’anno, dopo qualche mese di dialogo con diversi editori sull’orlo di una pandemia che ha lasciato tutti un po’ più poveri, più cauti e ingolfati di uscite, ho preso una decisione radicale: quella di non aspettare altri mesi e di pubblicare invece per conto mio entro questo anno del decennale. Per il lettore finale, prometto, non farà la minima differenza: il libro sarà disponibile in cartaceo e in eBook, su tutte le piattaforme online e ordinabile in libreria. Per fortuna, oggi si può pubblicare in autonomia in modo molto professionale. Anche grazie a ciò che mi hanno insegnato i miei due libri precedenti, tutte le parti del lavoro – dall’editing alle bozze all’impaginazione, fino alla copertina (guardate quanto è bella!) – le ho affidate a professionisti fantastici, e la qualità dei miei primi lettori, che sono stati decisivi, la auguro davvero a chiunque scriva. Tutti loro ci hanno messo anche molto amore, e per tutto il resto spero che sarà il libro stesso a parlare.
Guardandomi indietro, questo percorso mi sembra inevitabile, predestinato. In fondo è un libro che racconta la storia di un’autocreazione realizzata con pochissimi mezzi. Dunque lo pubblico nello stesso spirito “indie” con cui un tempo le mie band preferite si autoproducevano i dischi. A voi chiedo di leggerlo, di farmi sapere se vi è piaciuto, di consigliarlo, di ordinarlo, di recensirlo, di regalarlo e di farlo conoscere attraverso i vostri canali – un passaparola, appunto.
Grazie a tutti! Ci sentiamo qualche giorno prima del 24 novembre con tutti i dettagli!
progetto grafico: 100km studio
copertina: 100km studio, Maxime Alili
in copertina: Nefertiti in a Gas Mask di El Zeft, 2012
The post Canto la piazza elettrica first appeared on Alaska.
Un piccolo promemoria sulla nuova newsletter: lascio Mailchimp per Substack, dove sarà possibile (sempre gratuitamente) anche consultare l’archivio dei 150 numeri passati e quello dei miei vecchi post su Medium. Ma la novità più importante riguarda i contenuti: in questi giorni, i preparativi per la pubblicazione del mio libro e i dieci anni dalle primavere arabe coincidono con dieci anni di lavoro di curation, cioè di lettura, selezione e combinazione di contenuti da altri media – prima alla radio con Alaska, poi sui social, poi con Reported.ly, poi nella newsletter, nata inizialmente per i miei sostenitori su Patreon. Anche se col tempo è diventato la mia cifra distintiva, mi sono resa conto che questo lavoro, così legato all’attualità, mi sovraccarica di tensione, mi distrae da letture più approfondite di cui sento molto bisogno, e soprattutto sottrae molte molte ore alla scrittura, diventando quasi un alibi per non impegnarmi in cose più complesse.
D’ora in poi, quindi, mi concentrerò sulla scrittura di pezzi miei – nella forma che frequento più volentieri, quella della riflessione e del memoir, e con frequenza settimanale salvo per i giorni in cui non avrò niente da dire. Spero con questo di andare anche più incontro alle persone che faticavano a seguire i link in inglese o ad accedere alle fonti che indicavo. So che alcuni di voi oggi usano la mia newsletter anche per lavoro o per trovare spunti su cose da leggere o da guardare, e posso promettervi che continuerò volentieri a postare sui social le cose più interessanti che riesco a scovare per voi. Inoltre, chi di voi mi sostiene su Patreon pian piano vedrà avvicinarsi la pubblicazione del libro con contenuti speciali e anticipazioni.
Infine, due parole sulla settimana che arriva. Oggi è il sesto anniversario dell’assassinio di Shaimaa el Sabbagh. Domani è il decimo anniversario dell’inizio della rivoluzione egiziana, e il quinto dal rapimento di Giulio Regeni. Questi dieci anni hanno trasformato ogni atomo della mia vita. Anche per questo ho sentito il bisogno di fare un po’ di pulizia e tirar fuori una tovaglia bianca.
Alla newsletter su Substack potete iscrivervi qui.
The post Traslocando first appeared on Alaska.
La famiglia di Alaa ha condiviso una piccola lettera di Alaa dal carcere. Sua zia Ahdaf l’ha tradotta dall’arabo in inglese, e io l’ho tradotta in italiano qui:
“Ciao, non ho ancora visto la vostra lettera, perciò non posso rispondervi. E non so chi di voi sia qui ma credo sia la mamma. Mi fa un po’ paura il pensiero che aspettiate sotto questa pioggia. E sembra che l’intero edificio sia affogato, come sempre. Ma onestamente, mentre pioveva è stata una gioia e l’odore della polvere bagnata era bello e il suono delle persone che levavano le loro preghiere è stato un’ispirazione. Qui manca il far parte degli eventi della natura e del clima ma questa pioggia si fa sentire attraverso i muri.
Spero che stiate tutti bene. Io posso solo dire che sono in buona salute. Il giorno del mio compleanno è stato un po’ drammatico e non ho potuto festeggiare ma la torta alla banana ha compensato un po’. In assenza di libri cerco di energizzare i pensieri rievocando episodi della Storia, a volte chiacchierando di argomenti di scienza. La mia immaginazione fatica a intrattenersi con sogni di liberazione ma, sapete, qui si cerca di trovare una ragione di ottimismo nel calo dell’ondata di destra nel mondo, e nel credere che i suoi effetti possano raggiungerci. Naturalmente sono abituato al metodo di Gramsci sul pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, ma qui c’è una tale negazione della volontà che ho bisogno di esercitarmi a un ottimismo della mente prima di danneggiare i miei compagni. È tutto. In generale sto bene e vi voglio bene e mi mancate”.
The post Una lettera di Alaa first appeared on Alaska.
Comunque, il disagio stava là da un pezzo. Quello che sta venendo meno sono i tranquillanti artificiali. Le disuguaglianze sociali le affrontiamo da un pezzo. Il logorio della dignità della scuola durava da un pezzo. L’insulto alla sanità pubblica e diffusa pure. L’umiliazione dei lavoratori ci è cresciuta sotto il naso. La cultura come specie protetta anche (e una stampa tarlata da dentro). La cura reciproca e collettiva come sistema delle comunità pure, e ne usciamo fragilissimi. Non riguarda solo noi, e non basta aver qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa. Sebbene ancora inspiegabilmente difeso con le unghie e coi denti, il fallimento del modello lavora-compra-crepa-e-pensa-per-te è qui, in tutto il suo abbagliante fulgore. È ora di crescere e costruire qualcos’altro.
The post Il disagio first appeared on Alaska.
“The ideal subject of a totalitarian state is not the convinced Nazi or Communist, but people for whom the distinction between fact and fiction (that is, the reality of experience) and the distinction between true and false (that is, the standards of thought) no longer exists”.
Hanna Arendt, 1953
The post first appeared on Alaska.
Giacomo scrisse ai credenti, “Consideratela pura gioia, miei fratelli e sorelle, quando dovete affrontare prove di ogni genere, perché sapete che la prova a cui la vostra fede è sottoposta produce perseveranza. Lasciate che la perseveranza finisca il suo lavoro, così che voi possiate essere maturi e completi, senza lacune”.
È un grande onore essere di nuovo nella Ebenezer Baptist Church, sul pulpito del suo più grande pastore, il dottor Martin Luther King, Jr., per rendere omaggio a colui che è stato forse il suo miglior discepolo – un americano la cui fede è stata messa alla prova di continuo, fino a produrre un uomo di pura gioia e indistruttibile perseveranza: John Robert Lewis.
A coloro che hanno parlato qui, i Presidenti Bush e Clinton, la Speaker della Camera, il Reverendo Warnock, il Reverendo King, i famigliari di John, i suoi amici, il suo adorato staff, la sindaca Bottoms – sono venuto qui oggi perché io, come tanti americani, ho un grande debito con John Lewis e con la sua potente visione di libertà.
Ora, questo paese è un’opera in costante costruzione. Siamo nati con le istruzioni: formare un’unione più perfetta. Esplicita in quelle parole è l’idea che siamo imperfetti; che ciò che conferisce scopo ad ogni nuova generazione è il raccogliere il lavoro incompiuto della generazione precedente e portarlo più avanti di quanto si potesse credere possibile.
John Lewis — il primo dei Freedom Riders, capo del Comitato di Coordinamento Non violento degli Studenti, il più giovane oratore della Marcia su Washington, leader della Marcia da Selma a Montgomery, Membro del Congresso in rappresentanza del popolo di questo stato e di questo distretto per 33 anni, mentore di giovani, compreso me, fino al suo ultimo giorno su questa Terra – non solo ha abbracciato quella responsabilità, ma ne ha fatto il lavoro di tutta la sua vita.
Il che non è male per un ragazzo di Troy. John era nato di umili mezzi – che vuol dire che era povero – nel cuore del Sud di Jim Crow, da genitori che raccoglievano il cotone di qualcun altro. Pare che non gli piacesse il lavoro dei campi – nei giorni in cui avrebbe dovuto aiutare i fratelli e le sorelle con le loro fatiche, si nascondeva sotto la veranda e faceva una fuga per prendere lo scuolabus quando arrivava. Sua madre, Willie Mae Lewis, coltivava quella curiosità in quel bambino timido e serio. “Una volta che hai imparato qualcosa”, diceva al figlio, “una volta che hai una cosa in testa, nessuno può portartela via”.
Da ragazzo, passata l’ora di andare a dormire, John ascoltava da dietro la porta gli amici di suo padre che si lamentavano del Ku Klux Klan. Da adolescente, una domenica sentì il dottor King predicare alla radio. Da studente universitario in Tennessee, si iscrisse ai laboratori di Jim Lawson sulla tattica della disobbedienza civile non violenta. John Lewis si stava mettendo qualcosa in testa, un’idea che si è impossessata di lui e non lo lasciava: che la resistenza non violenta e la disobbedienza civile fossero gli strumenti per cambiare le leggi, ma anche per cambiare i cuori, far cambiare idea, e cambiare il mondo.
Così aiutò a organizzare la campagna di Nashville nel 1960. Lui e altri giovani uomini e donne si sedevano al bancone di un ristorante segregato, benvestiti, con la schiena dritta, rifiutandosi di farsi versare in testa un milkshake o di lasciarsi spegnere una sigaretta sul dorso, respingendo un piede diretto alle loro costole, rifiutandosi di lasciare che quei gesti intaccassero la loro dignità e il loro senso di scopo. E dopo qualche mese, la campagna di Nashville ottenne il primo successo in assoluto di qualunque grande città del Sud nella desegregazione degli spazi pubblici.
John ha assaggiato il sapore del carcere una volta, due volte, tre volte… be’, molte volte. Ma ha gustato anche la vittoria. E la vittoria lo ha consumato di giusta determinazione. E John ha portato la battaglia più a fondo nel Sud.
Quello stesso anno, appena qualche settimana dopo che la Corte Suprema ha deciso che la segregazione dei servizi di autobus interstatali era incostituzionale, John e Bernard Lafayette hanno comprato due biglietti, sono saliti su un Greyhound, si sono seduti davanti e si sono rifiutati di spostarsi. Questo succedeva mesi prima delle prime Freedom Rides ufficiali. Stavano facendo un test. Il viaggio non venne sanzionato. Pochi sapevano cosa stessero combinando. E pare che ad ogni fermata, nel corso della notte, l’autista arrabbiato scendesse di corsa e andasse nella stazione degli autobus. E John e Bernard non avevano idea se sarebbe tornato o con chi potesse tornare. Non c’era nessuno a proteggerli. Non c’erano telecamere a registrare gli eventi. Sapete, a volte, leggiamo di questa storia e la diamo un po’ per scontata. O se non altro ci comportiamo come se quell’azione fosse inevitabile. Immaginate il coraggio di due persone dell’età di Malia, più giovani della mia figlia maggiore, da sole, a sfidare un’intera infrastruttura di oppressione.
John aveva solo vent’anni. Ma spinse tutti quei vent’anni verso il centro del tavolo, scommettendo tutto, tutto, sul fatto che il suo esempio potesse sfidare secoli di convenzioni, e generazioni di brutale violenza, e innumerevoli umiliazioni quotidiane patite dagli afroamericani.
Come Giovanni Battista che prepara la strada, come quei profeti del Vecchio Testamento che dicono la verità ai re, John Lewis non ha esitato: ha continuato a salire sugli autobus e a sedersi ai banconi, a farsi fare foto segnaletiche una dopo l’altra, a marciare ancora e ancora e ancora, in missione per cambiare l’America.
Ha parlato a un quarto di milione di persone alla Marcia su Washington a soli 23 anni.
Ha aiutato a organizzare la Freedom Summer in Mississippi quando ne aveva solo 24.
Alla veneranda età di 25 anni, gli chiesero di guidare la marcia da Selma a Montgomery. Lo avvisarono che il Governatore Wallace aveva ordinato agli agenti di usare la violenza. Ma lui e Hosea Williams e altri li condussero comunque oltre quel ponte. E abbiamo visto tutti il film e le riprese e le fotografie, e oggi il presidente Clinton ha citato l’impermeabile, lo zainetto, il libro da leggere, la mela da mangiare, lo spazzolino da denti – perché pare che le prigioni fossero a corto di questi generi di conforto. E guardi quelle foto e John sembra così giovane e così piccolo di statura. Identico a quel bambino timido e serio che sua madre aveva cresciuto; eppure, è colmo di determinazione. Dio gli ha messo dentro la perseveranza.
E sappiamo cosa accadde a chi marciava quel giorno. Le loro ossa vennero spezzate dai manganelli, i loro occhi e polmoni soffocati dai gas lacrimogeni. Questo mentre si inginocchiavano a pregare, cosa che rendeva le loro teste obbiettivi perfino più facili, e John venne colpito al cranio. E pensò di morire, circondato dalla vista di giovani americani che soffocavano, e sanguinavano, calpestati, vittime della violenza sponsorizzata dallo stato nel loro stesso paese.
E il bello è che, immagino, all’inizio di quella giornata gli agenti credettero di aver vinto la battaglia. Possiamo immaginare le conversazioni che ebbero dopo. Possiamo immaginarli che dicono “sì, gliel’abbiamo fatta vedere”. Pensarono di aver respinto i manifestanti giù dal ponte; di aver mantenuto, conservato, un sistema che negava l’umanità più elementare dei loro concittadini. Solo che stavolta, c’era qualche telecamera. Stavolta, il mondo vide cosa era accaduto, fu testimone di questi afroamericani che non chiedevano altro che di essere trattati come ogni altro americano. Non chiedevano un trattamento speciale, solo l’uguale trattamento promesso loro un secolo prima, e quasi un altro prima ancora.
Quando John si svegliò, e si fece dimettere dall’ospedale, volle assicurarsi che il mondo vedesse quel movimento che era, per usare le parole delle Scritture, “premuto da ogni lato, ma non schiacciato; perplesso ma non disperato; perseguitato, ma non abbandonato; colpito, ma non distrutto”. Quando tornarono alla Brown Chapel, da profeta pestato, con il capo bendato, John disse che adesso sarebbero arrivati altri manifestanti. E la gente arrivò. E gli agenti se ne andarono. E i manifestanti raggiunsero Montgomery. E le loro parole raggiunsero la Casa Bianca – e Lyndon Johnson, figlio del Sud, disse “We shall overcome,” e firmò perché il Voting Rights Act diventasse legge.
La vita di John Lewis è stata, in molti modi, eccezionale. Ha vendicato la fede nella nostra fondazione, ha redento quella fede; quell’idea così americana; quell’idea che chiunque di noi persone normali senza rango né ricchezze o fama possa in qualche modo indicare le imperfezioni della nostra nazione, e che si possa mettersi insieme, e sfidare lo status quo, e decidere che è in nostro potere rifare questo paese che amiamo finché non si allinea più da vicino con i nostri più alti ideali. Che idea radicale. Che concetto rivoluzionario. Questa idea che chiunque di noi, persone normali, che un ragazzino di Troy, possa affrontare faccia a faccia poteri e principati e dire no, questo non è giusto, questo non è vero, questo non è equo. Possiamo fare di meglio. Sul campo di battaglia della giustizia, americani come John, americani come i Reverendi Lowery e C.T. Vivian, altri due patrioti che abbiamo perduto quest’anno, ci hanno liberato tutti in un modo che molti americani danno ormai per scontato.
L’America è stata costruita da persone come loro. L’America è stata costruita dai John Lewis. Lui tanto quanto altri nella nostra storia ha portato questo paese un po’ più vicino ai nostri ideali più alti. E un giorno, quando finiremo questo lungo viaggio verso la libertà; quando formeremo un’unione più perfetta – che sia fra anni, o decenni, o perfino se ci volessero altri due secoli – John Lewis sarà un padre fondatore di quell’America migliore, più giusta, più piena.
Eppure, per quanto eccezionale fosse John, questa è la cosa speciale: non ha mai creduto che quello faceva fosse più di quanto può fare qualunque cittadino di questo paese. Dicevo nella mia dichiarazione il giorno che John è mancato, di quanto fosse dolce e umile. E di come, nonostante questa carriera leggendaria e speciale, trattasse tutti con gentilezza e rispetto perché per lui era una cosa innata: questa idea che chiunque di noi può fare quello che ha fatto lui, se è disposto a perseverare.
John credeva che in tutti noi esiste una capacità di grande coraggio, che in tutti noi ci sia l’aspirazione a fare ciò che è giusto, che in tutti noi ci sia un desiderio di amare tutte le persone, e di estendere loro i diritti divini alla dignità e al rispetto. Tanti di noi perdono quell’intenzione. Ci viene insegnato a perderla. Cominciamo a sentire che anzi, non possiamo permetterci di estendere ad altri gentilezza e decenza. Che ce la caviamo meglio se stiamo al di sopra delle persone, guardandole dall’alto in basso, e questo nella nostra cultura viene spesso incoraggiato. Ma John ha sempre visto il meglio di noi. E non si è mai arreso, e non ha mai smesso di denunciare proprio perché vedeva il meglio di noi. Credeva in noi anche quando noi non credevamo in noi stessi. Da membro del Congresso, non si riposava; continuava a farsi arrestare. Da uomo anziano, non si è mai sottratto ad alcuna battaglia; era presente al suo posto, nel Campidoglio degli Stati Uniti, anche per tutta la notte. E so che il suo staff si preoccupava.
Ma le prove a cui è stata sottoposta la sua fede hanno prodotto perseveranza. Lui sapeva che la marcia non è finita, che la corsa non è ancora vinta, che non abbiamo ancora raggiunto quella destinazione benedetta dove saremo giudicati per il contenuto del nostro carattere. Sapeva, dalla sua stessa vita, che il progresso è fragile; che dobbiamo vigilare contro le correnti più oscure della storia di questo paese, della nostra stessa storia, con i suoi mulinelli di violenza e di odio e di disperazione che possono sempre riaffiorare.
Bull Connor non c’è più. Ma oggi assistiamo con i nostri occhi a poliziotti che si inginocchiano sul collo di Americani Neri. George Wallace può anche non esserci più. Ma possiamo vedere il nostro governo federale che invia agenti a usare gas e manganelli contro manifestanti pacifici. Possiamo non dover più indovinare il numero di caramelle in un vaso per poter votare. Ma perfino mentre siamo seduti qui, ci sono persone al potere che stanno facendo del loro maledetto meglio per scoraggiare le persone dal votare – chiudendo seggi, prendendo di mira minoranze e studenti con leggi restrittive sui documenti di identità, e attaccando il nostro diritto di voto con precisione chirurgica, perfino minando il servizio postale nel preludio a un’elezione che dipenderà dai voti inviati per posta per fare in modo che le persone non si ammalino.
Ora, so che questa è una celebrazione della vita di John. Alcuni potrebbero dire che non dobbiamo soffermarci su queste cose. Ma è di questo che parlo: John Lewis ha dedicato il suo tempo su questa Terra a combattere proprio gli stessi attacchi alla democrazia e al meglio dell’America che vediamo circolare adesso.
Sapeva che ognuno di noi ha una forza data da Dio. E che il destino di questa democrazia dipende da come la usiamo; e che la democrazia non è automatica; che va nutrita, coltivata, che ci dobbiamo lavorare, che è dura. E sapeva che dipende da quanto tiriamo fuori una parte, solo una parte, di quel coraggio morale che aveva lui di mettere in discussione ciò che è giusto e sbagliato e di chiamare le cose col loro nome. Diceva che finché avesse avuto fiato in corpo, avrebbe fatto tutto quello che poteva per proteggere questa democrazia. Finché avremo fiato in corpo, dovremo continuare la sua lotta. Se vogliamo che i nostri figli crescano in una democrazia – non solo dotata di elezioni, ma una vera democrazia, una democrazia rappresentativa, un’America dal grande cuore, tollerante, vibrante, un’America inclusiva in perpetua auto-creazione – allora dobbiamo essere di più come John. Non dobbiamo fare tutte le cose che ha fatto lui, perché lui le ha già fatte per noi. Ma dobbiamo fare qualcosa. Come il Signore istruì Paolo: “ non avere paura, continua a parlare; non tacere, perché io sono con te, e nessuno verrà a farti del male, perché ho molti in questa città che sono la mia gente”. Tutti, tutti, devono andare a votare. Abbiamo tutta quella gente in città, ma non possiamo non fare niente.
Come John, dobbiamo continuare a cacciarci nei “guai buoni”. Lui sapeva che la protesta non violenta è patriottica; un modo per sollevare la consapevolezza pubblica, per puntare una torcia sull’ingiustizia, per far sentire a disagio il potere.
Come John, non siamo obbligati a scegliere fra protesta e politica, non sono poli opposti fra cui scegliere, servono entrambi. Dobbiamo impegnarci nelle proteste dove questo è efficace, ma dobbiamo anche tradurre la nostra passione e le nostre cause in leggi e pratiche istituzionali. È per questo che John si candidò al Congresso 34 anni fa.
Come John, dobbiamo lottare anche più forte per lo strumento più potente che abbiamo, che è il diritto di voto. Il Voting Rights Act è una delle più grandi conquiste della nostra democrazia. È la ragione per cui John attraversò quel ponte. Per la quale ha versato il suo sangue. E a proposito, fu una conquista degli sforzi democratici e repubblicani. Il presidente Bush, che ha parlato prima, e suo padre, ne hanno entrambi firmato il rinnovo quando erano in carica. Il presidente Clinton non ha dovuto farlo perché quando è arrivato era legge, e allora ha creato una legge che ha reso più semplice per le persone registrarsi al voto.
Ma una volta che la Corte Suprema ha indebolito il Voting Rights Act, alcuni stati hanno sguinzagliato una valanga di leggi progettate specificamente per rendere più difficile votare; specialmente, fra l’altro, quegli stati dove alle elezioni c’è grande affluenza delle minoranze e una loro crescita nella popolazione. Non si tratta necessariamente di un mistero o di un caso. È un attacco a tutto ciò per cui John ha combattuto. È un attacco alle nostre libertà democratiche. E dovremmo trattarlo come tale.
Se i politici vogliono onorare John – e io sono molto riconoscente per l’eredità di lavoro di tutti i leader del Congresso che sono qui oggi – c’è un modo migliore che non rilasciare dichiarazioni chiamandolo eroe. Volete onorare John? Onoriamolo rivitalizzando la legge per la quale era stato disposto a morire. E a proposito, magari chiamandola John Lewis Voting Rights Act, quello sì che sarebbe un bel tributo. Ma John non vorrebbe che ci fermassimo qui, cercando di tornare dove eravamo. Una volta approvato il John Lewis Voting Rights Act, dovremmo continuare a marciare per renderlo ancora migliore.
Facendo in modo che ogni americano venga automaticamente registrato al voto, compresi gli ex carcerati che si sono guadagnati la loro seconda occasione.
Aggiungendo seggi, e allargando il voto anticipato, e facendo del giorno delle elezioni un giorno di vacanza nazionale, in modo che se lavori in fabbrica, o sei una mamma single che deve andare al lavoro e non può prendersi un permesso, tu possa votare lo stesso.
Garantendo che ogni cittadino americano abbia uguale rappresentazione nel nostro governo, compresi i cittadini americani che vivono a Washington, D.C e a Puerto Rico. Sono americani.
Mettendo fine al gerrymandering di parte, in modo che tutti gli elettori abbiamo il potere di scegliere i loro politici, e non viceversa.
E se per fare questo dobbiamo eliminare l’ostruzionismo – un’altro residuo dei tempi di Jim Crow – per assicurare il diritto divino di ogni americano, allora dovremmo farlo.
Eppure, anche se facciamo tutto questo – perfino se oggi stesso venissero cancellate tutte le finte leggi per sopprimere il voto – dobbiamo essere molto sinceri con noi stessi e dirci che molti di noi scelgono di non esercitare quel diritto; che troppi dei nostri cittadini credono che il loro voto non farà differenza, o accettano quel cinismo che fra l’altro è la strategia principale per sopprimere il voto: scoraggiarti, farti smettere di credere nel tuo potere.
Quindi dovremo anche ricordarci quando John diceva “Se non fai niente per cambiare le cose, resteranno le stesse. Si passa da qui soltanto una volta. Bisogna dare tutto quello che si ha”. Finché i giovani manifestano nelle strade, sperando che avvengano cambiamenti reali, io sono ottimista, ma non possiamo sbadatamente abbandonarli alle urne. Non quando poche elezioni sono state urgenti, su tanti livelli, quanto questa. Non possiamo trattare il voto come una commissione da sbrigare se abbiamo tempo. Dobbiamo trattarla come l’azione più importante che possiamo compiere in difesa della democrazia.
Come John, dobbiamo darle tutto quello che abbiamo.
Ero orgoglioso che John Lewis fosse mio amico. L’avevo conosciuto quando studiavo legge. Venne a parlare all’università e andai da lui e gli dissi, “Signor Lewis, lei è uno dei miei eroi. Quello che mi ha ispirato più di tutto è cioè che lei e il Reverend Lawson e Bob Moses e Diane Nash e altri avete fatto”. E lui ha fatto quell’espressione, oh, ma no, grazie mille.
La volta successiva che l’ho visto, ero stato eletto al Senato degli Stati Uniti. E gli dissi. “John, sono qui grazie a te”. Il giorno dell’inaugurazione presidenziale nel 2009, fu una delle prime persone che salutai e abbracciai su quel podio. Gli dissi, “questo è anche il tuo giorno”.
Era un uomo buono e gentile e dolce. E credeva in noi – anche in quei momenti in cui non crediamo in noi stessi. È appropriato che l’ultima volta che John e io abbiamo condiviso un dibattito pubblico, sia stato su Zoom. Sono abbastanza sicuro che non fosse stato nessuno dei due ad aprire la chiamata Zoom, perché non sapevamo come funzionasse. Era un town hall virtuale, con un’assemblea di giovani attivisti che stavano aiutando a guidare le manifestazioni di questa estate dopo la morte di George Floyd. E dopo, ho parlato con lui in privato, e lui non avrebbe potuto essere più fiero di vedere questa nuova generazione di attivisti che si sollevavano per difendere la libertà e l’uguaglianza; una nuova generazione impegnata a votare e a proteggere il diritto di voto; in qualche caso, una nuova generazione che si candida a ricoprire incarichi pubblici.
Gli ho detto, tutte queste persone, John — di ogni razza e ogni religione, di ogni estrazione e genere e orientamento sessuale – John, questi sono tuoi figli. Hanno imparato dal tuo esempio, anche se non sempre lo sapevano. Avevano capito, attraverso di lui, ciò che la cittadinanza americana richiede, anche se del suo coraggio avevano sentito parlare soltanto sui libri di storia.
“A migliaia, senza volto, anonimi, inarrestabili giovani, neri e bianchi… hanno riportato la nostra intera nazione a quei grandi pozzi della democrazia che i padri fondatori avevano scavato profondi formulando la Costituzione e la Dichiarazione di Indipendenza”.
Lo disse il dottor King negli anni Sessanta. E si è avverato di nuovo quest’estate.
Lo vediamo fuori dalle nostre finestre, nelle grandi città e nelle cittadine rurali, negli uomini e nelle donne, giovani e vecchi, americani etero e americani LGBTQ, neri che aspirano a un equo trattamento e bianchi che non possono più accettare libertà per se stessi mentre assistono al soggiogamento dei loro concittadini. Lo vediamo in tutti quelli che compiono il duro lavoro di superare il compiacimento, di vincere paure e pregiudizi, di vincere l’odio. Lo vediamo nelle persone che tentano di essere versioni migliori di se stesse.
E questo è ciò che ci insegna John Lewis. È da qui che viene il vero coraggio. Non dal rivoltarsi gli uni contro gli altri, ma dal voltarsi gli uni verso gli altri. Non dal seminare odio e divisione, ma diffondendo amore e verità. Non evitando le nostre responsabilità nel creare un’America migliore e un mondo migliore, ma abbracciando quelle responsabilità con gioia e perseveranza e scoprendo che nella nostra amata comunità, noi non camminiamo soli.
Che dono è stato, John Lewis. Siamo stati tutti molto fortunati ad averlo a camminare con noi per un po’, e a mostrarci la strada.
Dio vi benedica tutti. Dio benedica l’America. Dio benedica quest’anima dolce che ha portato l’America più vicina alla sua promessa.
(traduzione di Marina Petrillo, qui il testo originale)
The post Orazione funebre per John Lewis – di Barack Obama. first appeared on Alaska.
Accade di rado ma è stata una settimana triste per me, cominciata con la notizia della morte dell’adorato Robert Frank, e finita con il funerale del mio ex direttore Piero Scaramucci – mio amato maestro, mentore, amico. Vi scrivo di questo perché ha riempito tutti i miei giorni e mandato all’aria tutti i piani.
Di Piero ho condiviso il ricordo su Radio Popolare con tanti miei compagni di strada che come me gli devono moltissimo, ma non riesco a scrivere. Proprio perché ha avuto una vita molto pubblica, suppongo di aver bisogno di preservare di lui qualcosa di personale e privato. In rappresentanza di un debito esistenziale così grande, e dell’irriverenza che avevano in comune, capirete che mi è più facile scrivervi tre cose di Robert Frank.
All’inizio ho incontrato The Americans di Robert Frank perché era importante per Bruce Springsteen, e a Robert Frank era legato lo scatto di David Michael Williams usato per la copertina di Nebraska. A sua volta Bruce aveva conosciuto The Americans perché qualcuno che gli voleva bene glielo aveva regalato. Questa matrioska di storie l’ho raccontata nel mio libro su Bruce, Nativo americano, e nel corso degli anni ho cercato di collezionare di Robert Frank tutti i libri e vedere tutte le mostre che potevo, a volte facendo viaggi molto lunghi e scoprendo qualcosa di nuovo ogni volta. Del suo museo permanente a Zurigo mi sono detta che lo avrei tenuto da parte per ultimo, e immagino che il momento di andarci sia arrivato.
Su Frank, l’ebreo svizzero che seppe vedere gli americani come nessun altro, è stato scritto moltissimo – sopra ogni cosa la fulminante prefazione di Jack Kerouac a The Americans. Le sue foto sono sulla copertina di Exile on Main Streetdei Rolling Stones. Quindi al massimo si può aggiungere solo qualche piccola evocazione personale. Ci ho messo molti anni a capire perché lo amavo in modo così viscerale, al punto da tremare davanti alla stampa di una sua fotografia. Era il più scrittore dei fotografi, il meno macho (penso alla vulnerabilità degli scatti degli interni newyorchesi quando era appena immigrato e della vita domestica con sua moglie), il più umile e silenzioso, e il suo bianco e nero era plasmato e materico. Robert Frank non era solo lo sguardo, l’intenzione e l’inquadratura – era inchiostro, pellicola, disegno, carta, polaroid, sequenza, celluloide, diario, taccuino, penna nera, calligrafia, graffiatura, pennarello rosso, pezzetti di scotch. Era beat, era punk, era jazz,e guardava ogni cosa con lo sguardo del migrante.
Una decina di anni fa, il Metropolitan Museum di New York ospitò Lookin in, una mostra sul lavoro complessivo da cui provenivano gli scatti di The Americans. La fotografia che scelsero per il manifesto era Elevator Girl, e qui trovate la storia di quando l’allora ragazza della fotografia, Sharon Collins, scoprì di essere stata fotografata da Frank nel 1955 e conosciuta in tutto il mondo. Fra i molti gioielli, vidi finalmente le migliaia di provini (quasi 800 rullini) su cui Robert Frank aveva cerchiato col pennarello rosso gli 83 scatti finali. In quasi tutti i casi, in un’epoca di fotografia documentale ingessata e classica, aveva escluso le inquadrature perfette, le immagini più nitide, e all’immagine dell’uomo in completo nero che passava sotto una scalinata di legno (molto vicina a Walker Evans) aveva preferito quella appena dopo, dove dell’uomo che cammina sotto la scala si vedono ormai solo i pantaloni, le scarpe e il bastone.
A San Francisco, alla libreria City Lights, ho capito quanto fosse vivo, contemporaneo, con i suoi lavori intrecciati a quelli della Beat Generation accanto ai poeti appena pubblicati, transdisciplinare, ben radicato nel presente, e per fortuna presi dallo scaffale un piccolo cofanetto, con la copertina battuta a macchina e il dvd del suo primo film Pull my daisy.
Infine, uno degli oggetti che più amo è Come again, il suo libro del 1991 sulle tracce della guerra civile nell’architettura di Beirut – le sue foto in bianco e nero riprodotte lucide come se fossero stampe fissate con lo scotch di carta sulla griglia azzurra di un quaderno a quadretti, le facciate dei palazzi amate come fossero volti di persone.
PS:
Leggere la Fotografia
Il 4 dicembre ci vediamo alla Galleria Forma di via Meravigli per parlarvi di Robert Frank. Fa parte di un bel ciclo di incontri.
The post Di padri scomparsi first appeared on Alaska.